logo La Gazza circolo culturale di Borno logo La Gazza circolo culturale di Borno sponsor allianzlloydadriatico - Agenzia di Breno
torna inizio

Alcune foto di Borno

  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno
  • foto di Borno

L'origine del nome

Il toponimo Borno o il dialettale Bùren non appare isolato nel nostro altopiano: nella nostra provincia, infatti, lo si trova anche in una piccola collina ad est di Brescia e come località presso Cerveno in media Valle Camonica; inoltre, è il nome di una cascina ad est di Esine. La Val Bòrnica o Bùrnega è una piccola valle stretta e incassata nel comune di Lozio, che sicuramente ha un’etimologia analoga con il nostro paese. Fuori provincia possiamo notare la piccola frazione, ormai abbandonata, di Borno in comune di Noasca, un paese della Val Locana in provincia di Torino.

Quando questa nostra valle, dopo l’ultima glaciazione würmiana, venne colonizzata, i nuovi abitatori neolitici a più riprese indicarono con il loro linguaggio i monti, le valli, i passi, le acque, i boschi, le alture e tutta la morfologia del territorio che più li colpiva ed attirava.

Di generazione in generazione, con il cambiamento della pronuncia o con l’arrivo di una popolazione di lingua e cultura diversa, il nome primitivo tendeva a diventare un nome proprio, ovvero di località presente sul territorio. In questo modo il toponimo, sfidando il tempo, si manteneva pressoché inalterato durante i secoli che si susseguivano. Un esempio è dato dal vulcano Etna che nel Medioevo era “il Monte”; con la venuta degli arabi, nel VII secolo d.C., essi ne tradussero il nome nella loro lingua, chiamandolo “gebel”; così la montagna cambiò il proprio nome in Mongibello, termine rimasto in uso fino al XIV secolo.

Recenti studi di etimologia hanno riscontrato che ci sono parecchi nomi di luoghi somiglianti in zone molto diverse e distanti tra loro: ciò indica che gli antichi abitanti parlavano una lingua comune o con caratteristiche alquanto simili. Si è notato che il suono o la radice comuni “br” nelle lingue indeuropee indicava acqua, torrente, fiume, stagno, ecc. e che si trova attualmente in numerose lingue moderne, come ad esempio nell’inglese brook (torrente); in tedesco, con lo stesso significato, vi sono Brunnen, Bronn e Born (fonte, sorgente); in inglese c’è poi burn (sorgente), in ceco, bulgaro e sloveno brod (guado) e in serbo-croato bara (palude).

I toponimi del fiume Bormida e del torrente Borlezza contengono anch’essi questa antica radice comune; pertanto, è plausibile l’ipotesi che il nome di Borno possa derivare da tale radice e che gli antichi camuni si riferissero al nostro altopiano come ad un luogo ricco d’acqua e di torrenti, oppure cercassero di ingraziarsi una divinità protettrice delle sorgenti.

C’è pure un’altra antica radice, molto simile - “br” o le sue varianti “brn”, “brd”e “brg” - che invece indicano un’altura, un monte, un luogo abitato fortificato, un passo, una selva, ecc.; radice che possiamo ritrovare nelle lingue moderne: il gaelico bar (monte), l’inglese barrow (tumulo), il tedesco Berg (monte), il ceco brdo (collina), il danese borg (castello), di nuovo l’inglese boroug (città) e il polacco bor (bosco); anche i toponimi di Brescia e del Brennero hanno in sé questa radice antica.

Si può allora ipotizzare che gli antichi camuni indicassero questa zona come un luogo abitato in altura o un altopiano separato dalla circostante Valle Camonica. Queste radici le possiamo riconoscere tuttora in alcuni paesi vicini come Berzo, Breno, Braone, Bienno e Prestine ed indicano che i primitivi abitatori volevano identificare varie zone abitate più elevate rispetto al territorio sottostante.

Secondo lo studioso Gnaga in cenomane, lingua parlata da una popolazione celtica stanziatasi nel V secolo a.C. tra i fiumi Oglio e Adige e il lago di Garda, la parola bùrnich significa luogo abitato e ad essa si può far risalire il toponimo Bùren. In numerose zone del nostro altopiano sono stati scoperti alcuni massi istoriati dagli antichi camuni, con inciso il disco solare; i celti chiamavano il dio sole Bormo: il luogo potrebbe aver tratto il nome dalla divinità che si venerava in questi luoghi, ma questa ipotesi è abbastanza difficile da verificare.

Con l’avvento della dominazione romana il nome antico potrebbe essersi cristallizzato nel tempo, con deboli variazioni fonetiche, perdendo però il suo contenuto semantico, cioè il significato originario primitivo; oppure, a detta di alcuni storici, i romani avrebbero imposto alla popolazione locale nuovi toponimi, causandone una modifica radicale. Come osserva lo storico Bonafini, ad esempio i nomi attuali di Cividate Camuno (Civitas Cammunorum), Sommaprada (Summus pratus), Vico (Vicus), Castro (Castrum), Vilminore (Vicus minor), Beata (Biviata) ed altri ancora sono di evidente derivazione latina. Analogamente il nome di Borno potrebbe derivare dal latino eburneus (bianco, candido), da intendersi come luogo splendido ed incantevole, oppure da boreus (settentrionale), in quanto luogo posto a nord rispetto alla Civitas Cammunorum, centro principale dell’occupazione romana; alcuni ne riconducono l’origine ad un nome gentilizio latino, come Burno o Burnus. Fino ad ora, comunque, non sono stati trovati reperti od epigrafi che possano suffragare l’ipotesi latina del nome.

Con le invasioni barbariche molti popoli si insediano nelle nostre valli e, quindi, molte lingue si sovrappongono e si mescolano tra loro: proprio al lungo periodo medievale sono riconducibili varie congetture che indicano un’ipotesi, credibile o fantasiosa, per il nome del nostro paese. Lo studioso Odorici lo fa risalire alla voce del latino medievale burnus, inteso come luogo abitato sull’orlo della valle; dalle parole del latino classico burgens e burgensis (abitante del borgo) pare siano derivate nel Medioevo le parole bùren e bùrengus, che indicherebbero l’abitante del borgo.

In un antico germanico la parola Burn indicava il ferro; già dal periodo pre-romano Borno era situato sulla via di comunicazione con la Valle di Scalve, dove c’erano numerose miniere di questo minerale, che veniva poi trasportato nei vicini forni fusori di Lozio, Malegno e Bienno: il luogo, costituendo un’importante area di scambio, potrebbe avere tratto il nome dal metallo. L’Olivieri lo fa addirittura provenire dalla voce provenzale e piemontese burna (buco).

Un’altra parola tardo-latina è burna, indicante termine o pietra di confine, il che fa ipotizzare che Borno fosse un’importante zona di confine tra vallate. In italiano antico esiste la parola bornio, che significa pietra, roccia sporgente o balza rocciosa, parola usata anche da Dante Alighieri nella sua Divina Commedia. Questo termine deriva dal francese borne (cippo, termine, limite, confine), a sua volta probabilmente derivato dal celtico botina, che voleva dire pietra di confine; pure in inglese troviamo la parola bourne (frontiera) e a Bormio, nella vicina Valtellina, la parola born si riferisce ancora oggi ad una rupe o balza rocciosa. In questo caso il termine indicherebbe un abitato costruito sulle rocce, oppure vicino o confinante con i dirupi, come possiamo notare risalendo dal fondovalle lungo la strada vecchia che da Cogno conduce all’Annunciata.

Si giunge infine al primo documento scritto, datato 1018, che attesta in modo definitivo il nome del luogo: si presume, perciò, che il toponimo fosse già in uso da alcuni secoli. Si legge infatti nel documento, redatto in latino, che dirime una lite tra feudatari e liberi uomini di Borno, questa frase: in villa quae dicitur Burnum. Il nome che in seguito è stato italianizzato in Borno, così come lo conosciamo adesso.

Luca Ghitti

Referenze bibliografiche

  • “Borno e la sua storia” di Giacomo Goldaniga;
  • “Vocabolario Topografico e Toponomastico della provincia di Brescia” di Arnaldo Gnaga;
  • “Toponomastica in Valcamonica e Lombardia” di Claudio Beretta.

Brevi Notizie

foto pizzo camino

Borno è situato su di un altopiano, a 912 m s.l.m., in una conca montana di formazione glaciale.
È limitato a nord dal gruppo del Pizzo Camino, a sud dal Monte Altissimo, mentre si apre ad ovest sulla Val di Scalve, dominata dalla Presolana, e ad est sul paese di Ossimo e sulla Media Valcamonica con ampia vista sulla catena del Tredenus, il Pizzo Badile, il Frerone ed il colle di San Glisente.
foto Monte Altissimo Le montagne che circondano l'abitato fanno parte delle prealpi bresciane e non superano i 2500 m. di altezza.
Sono in maggioranza costituite da formazioni sedimentarie del Trirassico. Gli sconvolgimenti delle stratificazioni hanno avuto luogo ad intersecazioni di strati di ere diverse: marne, argilliti mesozoiche, calcari e calcari dolomiticifessurati, con terreni di media profondità, che si rivelano aridi a causa dell'eccessivo drenaggio. Nelle aree al solivo prevalgono formazioni mesozoiche con marne nerastre, arenarie e calcari marnosi, determinanti la formazione di terreni di media o buona profondità e tendenzialmente fertili. È presente in un'area il fenomeno geologico delle doline.
L'altopiano funge da punto di comunicazione tra la Valcamonica e la Val di Scalve attraverso il passo di Croce di Salven.

Popolazione

Borno conta una popolazione residente di circa 2800 abitanti. Quale stazione turistica presenta un alto numero di seconde case o case di villeggiatura, per cui i suoi abitanti effettivi in realtà variano considerevolmente.

Clima

Il clima dell'altopiano è di impronta sub-oceanica, con notevoli caratteri di mitezza soprattutto in primavera e autunno. D'estate è fresco con temperature massime di 30°C e minime di 10°C, d'inverno è freddo secco con massime di 15°C e minime di -12°C. Non sono inferquenti foto Presolana le gelate tardive. La piovosità è maggiore durante la primavera e l'estate, con una diminuzione durante la stagione autunnale e sopprattutto quella invernale, che presenta caratteri di siccità. Durante la stagione invernale le precipitazioni nevose, anche se irregolari nella quantità, hanno consentito la costruzione di impianti sciistici.
La conformazione dell'altopiano, protetto dalle circostanti montagne, protegge l'area da venti forti. Vi è solamente la tipica brezza montana, proveniente dal Passo della Presolana. Queste condizioni così favorevoli spiegano perchè Borno fin dai tempi antichi non sia stato solo centro abitato, ma anche luogo di villeggiatura.

Risorse idriche

foto lago di Lova

Dal punto di vista idrografico l'altopiano è percorso da numerosi corsi d'acqua. I due laghi presenti sono entranbi artificiali: il Lago di Lova, situato a nord di Borno, e il Lago Giallo, che si trova tra il passo di Croce Salven e la frazione di Paline.

Flora e fauna

L'area di Borno è prevalentemente a carattere boschivo, principalmente costituita da conifere. Si tratta di estese peccete di abete rosso con limitate arree di abete bianco e pino silvestre. È presente, anche se in parte minima, il larice puro. Tra le latifoglie troviamo il tiglio, il faggio, la betulla, il sorbo, la robinia, il noce, il castagno e il cigliegio.
foto GiovettoIl sottobosco è caratterizzato dalla presenza di edera, mirtillo, fragola, lampone, mora, ginepro, felce, ontano, sanbuco, nocciolo, rovo, e di numerose specie di fiori: la rosa di Natale, il bucaneve, la genzianella, il ciclamino, il mughetto, per citarne solo alcuni. In alta montagna prevale la presenza del rododendro e della stella alpina. Anche i funghi costituiscono una ricca parte del sottobosco.
Sul territorio troviamo alcune riserve e parchi-giardino: da visitare la Riserva Naturale del Giovetto di Paline, mentre i giardini Guidetti e Calagno sono aree verdi private.
Queste aree ospitano una fauna tipicamente alpina: gallo forcello, pernice bianca, francolino di monte, conturnice, fagiano ecc.

Economia

L'economia di Borno, legata fino alla metà del '900 all'agricoltura, all'allevamento, all'artigianato e alla tutela e al taglio dei boschi, oggi è principalmente incentrata sul turismo ed il commercio.


Cenni storici

Le più antiche testimonianze delle presenza dell'uomo in Valcamonica, e quindi anche a Borno, partono dal Paleolitico Finale, un lasso di tempo compreso tra i 15.000 e 10.000 anni fà, dopo lo scioglimento dei ghiacciai pleistocenici che avevano ricoperto la Valle impedendone l'accesso. Testimonianza di questo periodo sono le incisioni rupestri in alcune zone della Valle: Luine, presso Boario Terme, e Capo di Ponte.

Il territorio di Borno è importante per il periodo del IV e del III millenio a.C., l'età del Rame, a testimonianza del quale troviamo stele e massi con incisioni. Tra questi vi è anche il masso noto come "Masso di Borno" il primo ad essere rinvenuto dagli studiosi nel 1953 nella zona dell'altopiano. Detta roccia si può ammirare oggi presso il Museo Archeologico di Milano.

A partire dal III° secolo a.C. ci furono contatti tra i Romani e le popolazioni della Valcamonica, assoggettate definitivamente in età Augustea dalle truppe romane di Publio Silvio Nerva. I Romani fondarono nella media Valcamonica una colonia, l'attuale Cividate Camuno nella quale si possono trovare varie testimonianze: le terme, il teatro, l'anfiteatro, tracce della centuriazione dell'agro circumvicino, gli impianti di molte case private, le necropoli.

A Borno, oltre ai resti di queste necropoli, vi sono dei resti di strutture murarie di un possibile insediamento.

Nel periodo longobardo, sotto il regno di Liutprando, all'incirca verso il 735, dovrebbe collocarsi l'inizio dell'astio tra i Bornesi e gli Scalvini per il possesso del monte Negrino, una plurisecolare contesa con omicidi e incendi dolosi d'ambo le parti, terminata nel 1682.

A seguito dell'arrivo dei Franchi in Italia nel 764, la Valcamonica venne donata in feudo da Carlo Magno al Monastero benedettino di San Martino di Marmoutier. Proprio negli anni che seguirono la donazione carolingia fu costruita in Borno la Cappella Sancti Martini.

Dall'anno 893 al 953, a seguito delle invasioni degli Ungari e dei Saraceni, i Camuni edificarono numerosi fortilizi, rocche e torrioni per rifugiarvisi durante le scorrerie. A questo periodo si fanno risalire le presunte 12 antiche torri medioevali di Borno, molte delle quali riedificate su fortificazioni preesistenti (attualmente sono state individuate soltanto sette torri).

Nel Medio Evo la comunità bornese fu al centro delle maggiori lotte con i comuni limitrofi. Nel 1156 avvenne una rissa tra un gruppo di Borno e uno di Lozio, nei pressi di Malegno, durante una comune processione di catecumeni alla Pieve di Cividate, in seguito alla quale nel 1186 i Bornesi ottennero il sacro fonte battesimale divenendo chiesa autonoma.
Nell'anno 1166 un fatto d'armi, che portò all'uccisione di 11 uomini, avvenne in zona di confine tra Borno ed Esine per il possesso di una palafitta per la pesca sull'Oglio, installata dai Bornesi.
Nel 1386 le famiglie dei Fostinoni, Lanzoni e Gerboni, del partito guelfo, si ribellarono al vescovo di Brescia per ragioni fiscali e vennero ammonite assieme ai reggenti del comune. Feudatari di Borno furono i Federici, Camozzi, Gandellini, Fostinoni, Montanari, Gerboni, lanzoni, lazzaroni, Curti, Gheza, Magnoli, lupi, Negri, Guarnieri, Pernici, Dabeni. Sebbene le famiglie guelfe erano più numerose di quelle della fazione avversa, la Comunità di Borno restò sempre ghibellina, sia per il predominio della famiglia Federici in Valle, sia per la controversia con gli Scalvini di parte guelfa.

Nel primo periodo della dominazione veneta Borno divenne il primo comune della Valcamonica per numero di abitanti. Con circa 1500 anime e 330 fuochi possedeva 812 bestie grosse e 1652 bestie minute, 6 fucine a maglio 19 mulini, 2 segherie. Forniva legname da opera e manufatti in ferro a Venezia ed armava l'esercito della Serenissima con decine di Cernide (militi ausiliari locali).
La parrocchia, sia pure in tempi diversi, disponeva di tre romitori con altrettanti romiti: la Chiesa di S. Cosma, la chiesa campestre di S. Fiorino e I'eremo montano di S. Fermo.

Per interessamento del frate Amedeo Mendez da Silva negli anni 1467-69 sorse, poco distante dalla località Rocca, il convento che ospitò dapprima i frati del Terz'Ordine della Penitenza, poi gli Amadeiti, i Minori Osservanti, i Minori Riformati e infine i Frati Minori Cappuccini che nel '900 tennero il noviziato, le scuole elementari, il servizio mensa per i poveri e prestarono servizio ai Sanatori di Croce di Salven.

Nel 1580 cessò la contesa tra Borno ed Erbanno per il possesso di boschi e pascoli in località Calvarina e nello stesso anno la comunità ricevette la visita pastorale del cardinal Borromeo.
Nell'anno 1630 la peste bubbonica mietè 38 vittime, l'ospedale degli appestati venne edificato in località lazzaretti, ai margini dell'abetina sottostante l'attuale località Corna Rossa.

Il 3 agosto del 1688 un vastissimo incendio distrusse oltre 200 case su 300, tutto il grano, mietendo 8 vittime.
Durante la cosiddetta guerra di Gradisca, tra Venezia e Austria, i Bornesi, in soccorso della Repubblica marinara, armarono ben 270 Cernide capitanate da Stefano Magnolo.
Con l'avvento napoleonico e della Repubblica Cisalpina Borno, appartenente al dipartimento del Serio, divenne sede di Municipalità (9 in tutta la Valcamonica) e di Giudicatura di pace. Sorse la Congregazione di Carità e fu edificato il cimitero per la sepoltura collettiva dei morti.

Durante il periodo austriaco si abbatterono sulla comunità numerose carestie, pestilenze e calamità naturali.
Tra 1905 e il 1907 la prima società elettrica valligiana diffuse l'elettrificazione in Borno e nel vicino Ossimo. Sorsero in questo periodo le ville signorili e prese consistenza il turismo estivo d'elite.
Nelle guerre italo-abissina, di Libia e Africa Orientale caddero 7 soldati bornesi. Durante la grande guerra ne perirono 33.
Durante il periodo fascista, nel 1923, venne costruita la strada provinciale Malegno-Ossimo-Borno che sostituì il vecchio percorso delle viti.

foto Sanatori

Nel 1928 iniziarono i lavori per la costruzione dei Sanatori antitubercolari in località Croce di Salven. Negli anni 1930-31 venne realizzato dalla Società Olcese, in località Prati di Lova, un bacino artificiale con relativo canale di derivazione e condotta forzata che scende dalla centrale della Rocca.

Il secondo conflitto mondiale richiese altro tributo di sangue bornese: caddero 20 soldati e 18 risultarono dispersi in Russia, Grecia e Dalmazia. Durante la Resistenza un gruppo di ufficiali tedeschi rocciatori fu fatto oggetto foto Sedulzo d'imboscata, in località Sedulzo, da parte di una brigata delle Fiamme Verdi della Valle di Scalve. Nello scontro perirono 14 tedeschi e 2 partigiani. Il paese dovette sopportare una cruenta rappresaglia. Furono bruciate diverse cascine, rastrellato il bestiame dei contadini e deportati un centinaio di giovani nel campo di concentramento di Villafranca.

A partire dagli anni '60 l'economia bornese si trasformò da agro-silvo-pastorale in economia turistica. Nel 1962 si staccò da Borno la frazione di Piamborno che con Cogno di Borno e Cogno di Ossimo costituì la nuova foto Papamunicipalità di Piancogno.
Negli anni '70 Borno divenne stazione turistica invernale con la realizzazione degli impianti sciistici Ogne-Monte Altissimo. Dalle circa 900 abitazioni degli anni '60 si passò alle 2900 censite nel 1991. Mentre la popolazione residente è rimasta sui 2.700-2.900 abitanti, nel periodo estivo l'afflusso turistico ha registrato anche punte di circa 18.000 persone.

Da ricordare, nel luglio 1998, la storica visita a Borno del Papa Giovanni Paolo Il.

Le torri

Torre dei Re o di Via Gorizia

Torre dei Re o di Via Gorizia

La costruzione all'interno di due abitazioni del medesimo caseggiato sito in Via Gorizia potrebbe essere effettivamente quanto resta di una antica torre, ma ciò non può essere affermato con sicurezza. La facciata, posta a nord del lungo caseggiato, si presenta come una serie di muri contigui che, per l'utilizzo dello stesso tipo di pietrame e della medesima tecnica costruttiva, appare come un muraglione uniforme. Soltanto nella parte centrale della muraglia, prima della facciata che presenta un ridotto barbacane alla base, si scorgono file di pietre più grosse e ben allineate, disposte all'incirca fino a metà altezza della facciata, che fanno supporre si trattasse di una costruzione più solida e più antica rispetto alle porzioni di caseggiato antecedenti e susseguenti.
È ipotizzabile che questa parte centrale costituisse una torre difensiva visto che è posta su un dosso roccioso sottostante lo spiazzo che, prima dell'attuale parrocchiale, ospitava la cappella di S. Martino da cui dominava tutta la vallata sud d'ingresso al paese.

 


Torre dei Pagà

Torre dei Pagà

Collocata in prossimità della Piazza, nel tratto iniziale di Via Vittorio Veneto, un tempo Via Toresela (toponimo derivato dalla torre stessa), nella seconda metà degli anni '80, dopo una completa demolizione e rifacimento ex novo, si è tramutata in un falso storico e architettonico.
Misurava circa 8 m. in altezza e m. 8 x 8 alla base, mentre lo spessore dei muri raggiungeva il metro. La sua denominazione deriva dal cognome della famiglia Pagani, una delle ultime proprietarie della torre.
Il lato nord, che si affaccia su Via Veneto, presenta a piano terra una vetrina espositiva, al primo piano due finestre e una terza finestra al secondo piano. Un'altra vetrina e due finestre, una per piano, sono state ricavate anche sul lato sud, opposto a quello stradale.

 


Torre dei Barète

Torre dei Barète

Nella mappa austriaca del 1852 questa torre non viene indicata come tale. Infatti è inserita in un isolato di caseggiati, al n. 51 di Via Vittorio Veneto (casa dei Barète), un tempo estrema periferia ovest dell'abitato bornese.
In origine la struttura sorgeva isolata, solo più tardi si sono addossati altri corpi di fabbrica, tuttavia trovandosi proprio di fronte alla torre dei Sagrestà poteva costituire parte del sistema difensivo all'ingresso del paese. Si distingue dai caseggiati attigui per la diversa dimensione delle pietre impiegate nella costruzione.
All'interno le pietre sono squadrate, grandi e l'angolo è a bisello, mentre all'esterno il muro che si affaccia su via Vittorio Veneto, ha pietre grezze e sbozzate con il metodo a ribassino solo agli angoli.
Attualmente la torre supera i 5 m. d'altezza, ma viste le misure della base di m. 7 x 7 si suppone che in origine fosse più elevata.

 


Torre dei Sagrestà

Torre dei Sagrestà

I resti di questa torre, inserita nella casa dei Sagrestà al n. 74 di Via Vittorio Veneto, non sono visibili dall'esterno della via omonima, ma solo dalla corte interna, dalla quale si scorge solo la facciata posta ad oriente che, a sud, è contigua alla casa e, a nord, fa angolo con il muro di un'altra abitazione.
La torre misura oltre 5 m. in altezza e m. 6 x 6 alla base. Non si conosce la data di costruzione, tuttavia se fosse coeva alla torre dirimpettaia dei Barète risulterebbe assai probabile che le due torri costituissero l'ingresso fortificato del paese.

 


Torrione Montanari

Torrione Montanari o Torre de Gioaldì

Ubicato nel centro storico, in una posizione strategicamente importante poiché controlla il transito di Via S. Fermo e di Via Trieste, attualmente è inglobato nell'edificio denominato "Casa delle Suore". Dato che i muri delle facciate sud ed est (costruiti con conci di arenaria, granito e pietre calcaree di grandezza decrescente man mano che si sale nelle parti più alte) presentano uno spessore doppio rispetto a quelli delle rimanenti, si pensa che anche in passato doveva avere un edificio adiacente che proteggeva i due lati più deboli.
In origine, dunque, poteva essere sorto come casa-torre o come fortilizio appartenente a signorotti locali. Il torrione è alto circa 8 m. e misura m. 6 x 6 alla base. Sia il portone d'ingresso sia il balconcino del secondo piano sono realizzazioni più recenti (XVII-XVIII sec.) e sicuramente in origine tale ingresso non esisteva.
Quasi certamente il torrione era in comunicazione visiva con le altre torri del centro storico. Databile intorno ai secoli XII-XIII ha subito notevoli rimaneggiamenti nei secoli successivi. Dapprima di proprietà della famiglia Montanari, nei primi decenni del secolo XIX venne utilizzato dai frati francescani, poi divenne di proprietà della famiglia Dabeni che, trasferitasi nel Piano di Borno, lo affittò. Verso la fine dell'800 fu adibito ad albergo e dopo un periodo di abbandono (in cui secondo la tradizione bornese divenne la Casa degli Spiriti), nell'anno 1909 venne recuperato dalle suore Dorotee di Cemmo che, unitamente all'edificio adiacente, ne fecero una nuova sede della loro congregazione.
Nell'anno 1917 l'intero isolato fu acquistato dalla Parrocchia di Borno, ad opera di don Domenico Moreschi per permettere alle suore sopra citate di alloggiarvi gratuitamente. Caduto nuovamente in disuso l'intero complesso è stato restaurato alla fine degli anni '90 dalla stessa Parrocchia per adibirlo a casa di accoglienza per gruppi.

 


Torre degli Agnellini

Torre degli Agnellini

Anche la torre detta degli Agnellini, che dà o prende il nome della traversa di Via Trieste e che con essa forma un crocicchio, è ubicata nel centro storico, in una posizione di mezza costa e su terreno in declivio. È incorporata nella casa dei Romalge che si trova anch'essa in posizione strategica in quanto controlla le due vie sopra menzionate.
Misura 8 m. in altezza, 7 m, di fronte e quasi 8 di lato. Dall'interno è visibile parte della facciata ovest. La muratura esterna è costituita da grossi conci in calcare e granito lavorati grossolanamente a bugnato. Dalle dimensioni dei conci all'estremo superiore è ipotizzabile che la torre fosse più alta.
Costruita in epoca medioevale XII-XIII secolo, faceva parte del sistema difensivo del paese (baluardo verso la Valle di Scalve) e si collegava al borgo del "castello".

 


Torre dei Michéi

Torre dei Michéi

La fortificazione è ubicata in via Pizzo Camino, inglobata in un piccolo isolato costituito da più edifici di proprietà della famiglia Miorini soprannominati appunto "Michéi". La posizione non sembra strategicamente importante, la via però si trova sulla direttrice per il Lago di Lova.
Misura più di 4 metri in altezza e metri 5 per 5 alla base: è la più piccola delle torri del paese. Non si hanno notizie storiche specifiche sulla torre, tuttavia sulla spalla del portale d'ingresso della cantina adiacente si trova scolpita un'aquila imperiale che richiama il dominio milanese sulla Valcamonica.

 

Parco doline di Croce di Salven

Foto doline

Sono le forme superficiali (o epigee) più caratteristiche del paesaggio carsico, costituito da rocce calcaree. Si tratta di depressioni ad imbuto, a calice, a scodella, con pianta circolare o allungata, il cui diametro può variare da pochi a 500/600 metri.

Le doline (= "valle", termine di origine slava) si formano quando l'acqua piovana, resa acida dall'anidride carbonica presente nell'atmosfera o dall'humus, viene a contatto con la roccia calcarea scogliendola. Perché si formi la depressione è necessario che la roccia sottostante presenti delle fessure e/o fratture, attraverso le quali l'acqua penetra in profondità, portando con sé i sali disciolti (doline di dissoluzione).

Quelle presenti in questa zona hanno probabilmente una formazione più complessa. Tali depressioni sono situate su conoidi di deiezione costituiti da materiali incoerenti, ossia ghiaia e ciottoli non cementati, portati dal ghiacciaio. Filtrando Foto dolinein profondità attraverso questi detriti, l'acqua piovana giunge fino alla roccia sciogliendo il carbonato di calcio presente in essa e creando delle cavità sotteranee che si ampliano sempre più, fino a causare il crollo del terreno soprastante (doline di crollo).

La vegetazione all'interno delle doline è particolarmente rigogliosa proprio per la presenza di abbondanti sali minerali e la protezione offerta ai semi dalla tipica concavità.

a cura delle classi terze della Scuola Medie di Borno
Anno scolastico 2003/2004

 

Il dialetto

a cura di Luca Ghitti

Caratteristiche

Il nostro dialetto di Borno appartiene alla grande famiglia dei dialetti gallo-italici e più precisamente al lombardo orientale o bergamasco-bresciano. Probabilmente la posizione del paese, un altopiano pensile rispetto alla media e bassa valle Camonica confinante ad ovest con la bergamasca valle di Scalve, ha permesso la creazione di un dialetto di transizione tra i due territori che lo contraddistingue nettamente dagli altri paesi, a partire già dal pur vicino paese di Ossimo.
Il nostro dialetto, come quello camuno in generale, mantiene ancora parole e termini arcaici che nei dialetti cittadini vanno oramai scomparendo a spese dell'italiano.
Esso è naturalmente una lingua neolatina con una forte predominanza del latino volgare e popolare. Il lessico, sottoposto ad un attento esame e procedendo nei vari periodi storici, mostra influssi celtici, germanico-longobardi, veneziani e, infine, italiani.
Come quasi tutti i dialetti camuni, anche il bornese presenta forti tendenze alla palatalizzazione delle vocali dovuto probabilmente all’influsso celtico: ad esempio cör (cuore), söca (zucca), mür (muro), dür (duro). Anche i nessi cl e gl possono palatalizzarsi: ad esempio ciàf (chiave) dal latino clavis, céza (chiesa) dal latino ecclesia, gèra (ghiaia) dal latino glarea, giàs (ghiaccio) dal latino glacie.
Analogamente la t in posizione finale si palatalizza nella formazione del plurale: ad esempio neùt (nipote) e neùcc (nipoti), gat (gatto) e gacc (gatti). Si può notare la semplificazione delle doppie o geminate: ad esempio bala (palla), car (carro), mama (mamma).
Avviene pure la perdita delle vocali finali in parole di derivazione latina: ad esempio bèc (becco), ciàr (chiaro), dulùr (dolore). Notevole la assibilazione davanti alla i ed e delle vocali c e g che diventano rispettivamente s e z: ad esempio sic (cinque), sista (cesta), azét (aceto), zalt (giallo).
Si nota la trasformazione delle consonanti sorde intervocaliche nelle sonore corrispondenti, cioè la t diviene d e la c si trasforma in g: ad esempio röda (ruota), pudì (potere), segà (segare) dal latino secare, sügür (scure) dal latino securem.
Normalmente la p intervocalica tende a cadere: ad esempio ria (riva) dal latino ripa, àa (ape). Anche la v ad inizio di parola tende a cadere o a mantenersi come una sorta di v eufonica: ad esempio ècc o vècc (vecchio) dal latino vetulus, ét o vét (vento); mentre in posizione intervocalica cade: ad esempio öa (uva), zùen (giovane) dal latino juvenis.
Il bornese ha una cadenza particolare con suoni molto aperti e particolari che lo differenzia dagli altri dialetti camuni della media e bassa valle. Caratteristiche principali del bornese sono la palatizzazione della p e b in c e g: ad esempio ciàsa (piazza), ciànta (pianta), giànc (bianco), giò (via, strada). Nelle persone più anziane sopravvive ancora la pronuncia più arcaica; la p e la b vengono pronunciate ma molto attenuate: pciàsa, pciànta, bgiànc, bgiò.
A dispetto della parlata della media e bassa valle Camonica la s non è pronunciata aspirata ma è sonora, mentre, caso unico in valle, è pronunciata la f aspirata in molte parole: ad esempio hazöi (fagioli), ham (fame), hrèt (freddo). Tale pronucia dipende, forse, dall’influsso della dominazione franca nel medioevo.
Con il gruppo consonantico gl spesso avviene la metatesi, cioè l'inversione della pronuncia: ad esempio sbalgià (sbagliare), bilgèt (biglietto). L'articolo femmile plurale è li: ad esempio li pine (le ragazze), li hurmìghe (le formiche). I pronomi personali io e tu si pronunciano con la e aperta: mè, tè, mentre generalmente in valle Camonica la pronuncia è chiusa: mé, té.
Molte parole sono più simili al bergamasco che al bresciano: daza (ramo d'abete), invece che dada; büt (gemma), invece che böt, grìpole (ciccioli), invece che grèpole.


Alcune indicazioni fonetiche per la pronuncia

  • L'accento su ogni parola indica l'accento tonico: esempio argót (qualcosa), simàl (cimale) , laès (laveggio), ghidàs (padrino). Se l'accento tonico cade sulle vocali turbate ü ed ö, l'accento non è indicato: esempio argü (qualcuno), aröla (segno di vaccinazione).
  • Le parole bisillabe in cui l'accento tonico cade sulle lettere a, i, u, l'accento non è indicato: esempio mama (mamma), pina (bambina), mura (morra).
  • In alcuni casi, usualmente in parole monosillabe, l'accento tonico non è segnato e le lettere e ed o si pronunciano solitamente con l'accento aperto o grave: è, ò. esempio: de (di), me (io), to (tuo).
  • è indica l'accento aperto o grave come in pesca: esempio mèl (collare dei cani), pèl (pelle), sarsèl (zappa).
  • é indica l'accento chiuso o acuto come in sera: esempio mél (miele), pél (pelo).
  • ò indica l'accento aperto o grave come rosa: esempio (casa), igliò (là), pòta (locuzione intraducibile).
  • ó indica l'accento chiuso o acuto come sotto: esempio (testa), pórtec (portico).
  • ü vocale turbata si pronuncia quasi come la u francese in mur o come nel tedesco für: esempio mül (mulo), dür (duro).
  • ö vocale turbata si pronuncia come la eu francese in peur o come nel tedesco Löwe: esempio gös (guscio, appuntito), rösca (buccia).
  • ï indica lo iato, cioè la pronuncia separata del dittongo: esempio pïàt (morsicato), rïàt (arrivato).
  • c in finale di parola indica il suono duro di casa: esempio selvàdec (selvatico), margnóc (cocciuto).
  • cc in finale di parola indica il suono dolce di cena: esempio sacc (rospi), ridìcc (radicchio).
  • h indica il suono aspirato della effe bornese come nell'inglese have o nel tedesco haben, naturalmente nei gruppi chi, che, ghi, ghe il suono rimane identico all' italiano: esempio ham (fame), hamèi (famiglio).
  • s alveolare sorda indica in suono aspro di salire: esempio salàm (salame), asp (aspo), casèt (cassetto).
  • z alveolare sonora indica il suono dolce di rosa, sia all'inizio di parola che intervocalica; d'altronde i suoni rappresentati dalla z affricata alveolare sorda di zero e sonora di zio non esistono in dialetto: esempio zèa (maggiolino), àzen (asino).
  • Il gruppo sc(i) e sc(e) viene pronunciato separato; sciòp si pronuncia s-ciòp, e non come nell'italiano sciroppo: esempio Nosciàda (Annunciata), scèta (ragazza).
  • La a atona di fine parola ha una pronuncia molto stretta che tende alla ò: esempio: mama (mamma), àa (ape), naàsa (spartineve).

Piccolo vocabolario tematico

Traduzione da dialetto a italiano di alcuni vocaboli

Animali

Àa - ape
Àrsia - beccaccia
Bigì - vitello
Caaöcc - libellula
Drès - tordo beccaccio
Durdìna - usignolo
Düs - gufo
Gainèl - gheppio
Glér - ghiro

Grignàpola - pipistrello
Ludra - lontra
Lüzerdù - ramarro
Menacó - girino
Panoèl - lucciola
Pulì - tacchino
Rasa - salamandra
Sguisèta - pispola
Schiràt - scoiattolo

Sédola - filaria
Speransìna - cinciallegra
Sat - rospo
Saiòt - cavalletta
Signàgola - tritone crestato
Sbesèt - pettirosso
Sibórgola - orbettino
Tupì - talpa
Zéa - maggiolino

Vegetali

Aès - abete bianco
Ài - aglio
Bragòsa - erba ombrellifera
Brüc - erica
Caré - aneto
Chégol - buonenrico
Énedola - vilucchio
Frér - porcino
Glazù - mirtillo
Hèlis - felce
Màina - lampone

Màister - assenzio
Malüzen - sorbo dell’uccellatore
Marós - rododendro
Móf - pino mugo
Nìher - carota
Ogna - ontano
Pàbol - panicastrella
Paghér - abete rosso
Pirsighì - gallinaccio
Raabgiéda - barbabietola

Remignana - barbabietola
Roaiòt - pisello
Rödol - farfaraccio
Rosgiöl - maggiociondolo
Sligaséra - luppolo
Spiribì - robinia
Sigraöla - acetosella
Slaàsa - romice
Zervenès - ginepro

Attrezzi e oggetti

Alamàr - alare
Anga - tagliafieno
Bac - bastone
Bràcola - corregiuolo
Bramìl - manico della falce
Bròs - carro per trasporto del fieno
Bröscia - spazzola
Caàgna - gerla
Canàgol - collare delle capre
Cónc - trogolo per maiali
Deràcc - crivello a maglie larghe
Èlgla - vetta di legno per battere il grano
Erépol - trapano a mano
Èza - botte
Flèl - correggiato
Ganf - bicollo, bastone porta secchi

Laès - laveggio, pentola
Lansì - gancio
Ornèl - zangola a pistone
Pertegàt - erpice
Podèta - roncola
Pólec - cardine della porta
Preàla - treggia, carro a due ruote
Ranza - falce fienaia
Ràscol - tridente
Sigàgn - palo ruotante porta paiolo
Sighès - falcetto
Sìgia - secchi, mastello
Sigér - lavandino
Sòi - mastello, tinozza
Sozóble - doppio giogo per i bovini
Tris - bastone frangicagliata
Trüc - mazzeranga, pestello

Verbi

Ascàs - azzardarsi
Balengà - tentennare
Basegà - fremere
Bizigà - lavoricchiare
Chipàs - ribaltarsi
Cribià - setacciare
Desedàs - svegliarsi
Flincià - gorgheggiare
Grignà - ridere
Inzigà - stuzzicare, provocare
Lüzì - ardere, bruciare
Mesedà - mescolare
Mosà - mostrare le pudenda
Mulzì - mungere
‘Nbösàs - fare indigestione
‘Nprünà - rovesciare
‘Nsinglàs - nascondersi
Ormezà - affaccendarsi senza impegno

Peciàs - stufarsi
Pirlotà - girovagare senza meta
Querì - chiedere per ottenere
Racolà - litigare, contendere
Rügà - insistere, punzecchiare
Sbarnegà - spargere il fieno
Somezà - muoversi lentamente
Spesegà - affrettare
Stremenà - agitarsi convulsamente
Strimì - spaventare
Strobgìàs - spossarsi
Strosegà - trascinare
Trescà - calpestare l’erba
Trigàs - fermarsi
Üsmà - fiutare
Zanfà - acchiappare

Aggettivi

Ag - tetro
Anteìst - previdente
Bacèngol - stupido
Bagarì - piccolo, minuto
Baiucù - chiacchierone
Balòs - bugiardo
Càcol - lezioso
Cèmbol - rozzo, ignorante
Ciànfer - chi parla a vanvera
Ciochér - ubriacone
Flàber - poco di buono
Gaèl - storto, storpio
Ghèrp - acerbo

Ladì - scorrevole
Lélo - sempliciotto, facilone
Ligòs - poltrone, sconsafatiche
Macù - babbeo
Malpalpét - malmostuoso
Marà - villano, screanzato
Martöh - sempliciotto
‘Nardìt - arzillo
‘Nsorgnàt - stupido
Palér - orgoglioso, vanitoso
Pistigìna - rompiscatole
Polegàno - astuto, furbastro

Rapàt - raggrinzito
Romegù - indaffarato
Sblaför - astuto
Schis - affamato
Sflògn - sgonfio
Sgarbinét - svelto, abile
Slàit - inspido
Tambalöre - inconcludente
Tintóla - indeciso
Tric - fermo
Zélt - gelato

Avverbi

Ac - ancora
A mus - per forza
A tüzo - come
Acasé - abbastanza
Apös - dietro
Belaze - adagio, lentamente
Benìssim - molto, tanto
Chèlò - quaggiù
De bòt - molto, assai
De lèit - verso oriente, verso il levar del sole
De lóns - lontano
De manc - di meno
De nas - davanti
De próh - vicino

De sfrüs - all’insaputa, di frodo
De spös - di nascosto
Hogliò - laggiù
Igliò - lì, laggiù
Isàet - così, in questo modo
Lantelazó - laggiù lontano
Oterhàt - altroché
Scüs - invece, in luogo di
Terigliò - laggiù in fondo
Terencó - in fondo, là dentro
Terigliùet - verso ponente, verso il calar del sole
Zachetàc - immediatamente
Zamó - di già


Detti e proverbi

  1. Quant che ‘l hiòca só la hòia l’è ü inverno che ha òia.
    Quando nevica sulla foglia è un inverno che fa voglia.
  2. ‘L seré hat de nòt, se ‘l düra ‘n ura ‘l düra a tròp.
    Il sereno che si è formato di notte, se dura un’ora dura anche troppo.
  3. De San Faüstì mès el pa e mès el vi e mès hé ‘ndel hinirì.
    A San Faustino mezzo pane e mezzo vino e mezzo fieno nel fienile.
  4. Quant che la Presolana la ga ‘l capèl, o che ‘l pciöh o che ‘l ha bèl.
    Quando la Presolana ha il cappello (la cima è coperta di nuvole), o che piove o che fa bello.
  5. Quant che ‘l sul ‘l se ólta ‘ndré, spetà l’àiva a ‘l dè che é.
    Quando il sole ritorna (dopo un temporale), aspettarsi la pioggia il giorno dopo.
  6. ‘L liber de l’Apocalìs ‘l parla e ‘l dis: “Con pciö póc che ‘s ghe n’à, con pciö prèst ‘l se hinìs. Sènt e sènt ‘l hò duzènt, e chi che ansa de me i pciaparò pciö nagót”.
    Il libro dell’Apocalisse parla e dice: “Più poco se ne ha, più presto lo si finisce. Cento e cento fa duecento, e chi ha credito da me non prenderà più niente”.
  7. Quant che i caài i ga pciö hé ‘nde la traés, i se pïa só ‘ntre de lur.
    Quando i cavalli non hanno più fieno nella mangiatoia, si mordono tra di loro.
  8. ‘L canta ‘l gal sùer séna, se l’è nìgol ‘l se seréna.
    Canta il gallo dopo cena, se è nuvoloso si rasserena.
  9. La prima galina che canta l’è chèla che l’à hat l’öf.
    La prima gallina che canta è quella che ha fatto l’uovo.
  10. De la Madóna de setèmber è ‘l marüt o è ‘l tènder, ‘l hé ‘l stò bé de dét.
    Alla Madonna di settembre che sia maturo o che sia tenero, il fieno sta bene dentro.
  11. La bóca no l’è straca, se no la sènt de pèit de aca.
    La bocca non è stanca, se non sente di mammelle di mucca.
  12. Ardàsne de l’àiva e del vènt e de chi parla lènt.
    Guardarsene dall’acqua e dal vento e da chi parla lento.
  13. ‘L prim dè de mut ’s hò miga hormài.
    Il primo giorno d’alpeggio non si fa formaggio.
  14. De int’agn i hò ‘l matèl, de trènta i hò ‘l servèl, de quaranta i hò la ròba, de sinquanta i hò la gòba, de sesanta cól bastù, de setanta zó ‘l casù.
    A vent’anni sono ragazzi (spensierati), a trenta hanno il cervello (la testa a posto), a quaranta fanno i soldi, a cinquanta fanno la gobba, a sessanta con il bastone, a settanta nella bara.
  15. ‘L caàl pciö bu ‘l còpa ‘l sò padrù.
    Il cavallo migliore uccide il suo padrone.
  16. Àiva de Lóa la hò apéna póra, àiva de Luì la bagna ‘l cupì.
    L’acqua di Lova fa solo paura, l’acqua di Luì bagna la nuca.
  17. Segà mal e restelà bé ‘s hò tant hé.
    Segare male e rastrellare bene fa tanto fieno.
  18. La lègna de nus, de ògna e de saréza, no la lüs, se no la ‘s préga.
    La legna di noce, di ontano e di ciliegio, non inizia a bruciare se non la si prega.
  19. Le hómna zùena con l’òm ècc enpcinìs la cò de scècc.
    La donna giovane e l’uomo vecchio riempiono la casa di bambini.
  20. Se ‘l picöh ‘l dè de San Gioàn töte le nisöle le hò ‘n marsàm.
    Se piove il giorno di San Giovanni tutte le nocciole marciscono.
  21. Quando ‘l vò zó ‘l sul, la légor la ò a l’ombrèa.
    Quando tramonta il sole, la lepre va all’ombra.
  22. A ‘l ha ‘l hormài ‘l rènt pciö tant ün’ura de caldéra che ün an de haséra.
    A fare il formaggio rende di più un’ora di paiolo (cottura) che un anno di stampo (stagionatura).
  23. la lègna érda la ga üna pèca: la lüs miga hin che no l’è sèca; e chèla sèca la ghe n’à ün’altra: che la lüs miga hina che no l’è calda.
    La legna verde ha una pecca: non brucia finché non è secca; e quella secca ne ha un’altra: che non brucia finché non è calda.
  24. L’è mèi üna strasa de combinasiù, che üna buna sentenza.
    E’ meglio una pessima combinazione, che una buona sentenza.
  25. A ha ‘l cónt sènsa l’ostér m’è hal dói ólte.
    Fare il conto senza l’oste bisogna farlo due volte.
  26. ‘L franc sóta ‘l porteghèt l’è sant e bendèt.
    Il denaro sotto il portico è santo e benedetto.
  27. A ‘nda al mülì ‘s deènta pcié de harina.
    Ad andare al mulino ci si riempie di farina.
  28. A has pégora, ‘l luf ‘l màia.
    A diventare pecora, il lupo mangia.

Per arrivare a Borno

strada per borno


Borno in Internet

Borno comune

Borno turismo

proloco Borno

parrocchia Borno


borno incontra

Scopri tutte le informazioni sul "Concorso Letterario - Racconta una storia breve" e su "Gli Aperitivi Letterari - A Borno incontri con gli Autori"

La Gazza su
facebook

montagna in libertà

tessera

Aderisci o rinnova la tua adesione al nostro circolo culturale compilando e inviandoci questo semplice modulo.

Newsletter

Se desideri ricevere nostre notizie nella tua casella email, o non vuoi più riceverle, inserisci qui la tua email.

La Gazza Borno BS