Iniziare di Fabio Balduzzi - Bornoincontra

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Iniziare di Fabio Balduzzi

Premio Letterario

"Iniziare" di Fabio Balduzzi,
Menzione Speciale della Giuria Edizione 2010



Maledette vesciche. Osservo i miei piedi martoriati e ancora non so capacitarmi. Non ci volevo venire in montagna, ma mi sono fatta convincere dalle lusinghe di mio marito, dalle dolci richieste di mia figlia e da tante coccole.
"Dai, facciamo una bella camminata all'aria aperta e poi tutti a mangiare al rifugio".
Così, mio malgrado, di buona mattina mi sono vestita "da montagna" o meglio come credevo ci si vestisse per un'escursione del genere: maglietta, felpone, pantaloni al ginocchio con i tasconi, calzettoni e polacchini acquistati secoli prima in un negozio specializzato e mai utilizzati. Perché sono anni che la mia famiglia tentava di fare questa benedetta (maledetta) gita ed io fino ad allora avevo resistito offrendo ogni tanto piccoli contentini quali appunto beneauguranti acquisti di materiali tecnici, organizzazioni fumose di gite mai realizzate e perfino preparazioni nei minimi dettagli vanificate da improvvisi e quanto mai salvifici acquazzoni mattutini.
Così me la cavavo con falsi dispiaceri "Che peccato, proprio oggi doveva piovere a dirotto?" conditi da altrettante fasulle faccette e smorfie di disappunto plastificato. Tutti, contenti... si fa per dire.
Anche questa mattina, quando mi sono alzata dal mio comodissimo letto ho sperato con tutto il mio cuore che il cielo fosse coperto e che le nubi promettessero pioggia battente. Come al solito avevo già in serbo la mia compilation di frasi fatte, malumori falsi e alternative tipo "Vabbè, vorrà dire che andremo al centro commerciale". Ed invece aprendo le ante ho visto un cielo azzurro ed un sole insolente ed ho compreso che questa volta non sarei sfuggita.
"Diavolo, questa volta mi tocca!" ho pensato dispiaciuta mentre lucidamente stavo elaborando un disperato piano di fuga del tipo "Non sto bene", "Non me la sento", "È uno di quei giorni".
Non ce n'è stato il tempo. Quei due esagitati erano già svegli, pronti a partire e zompettavano per casa come morsi da qualche tarantola. Mia figlia si stava lavando e vestendo da sola, cosa che non capita praticamente mai e mio marito aveva abbandonato la sua consueta flemma domenicale per lanciarsi in entusiastici preparativi: lo zaino, le bibite, i
k-Way, le barrette energetiche, la copertina. Tutto in ordine in men che non si dica come se fossero pronti da decenni, come se quei due avessero affinato la tecnica con specifici addestramenti segreti.
"Noi siamo pronti!" me li sono visti comparire sulla soglia della porta della cucina mentre io versavo il latte nelle tazze in pigiama ed ancora non mi capacitavo di quello che stava accadendo.
"Prima si fa colazione e poi..." ho lasciato la frase a metà come se mi facesse male anche solo palesare verbalmente il mio prossimo destino.
Magari il tempo sarebbe cambiato radicalmente nel volgere di qualche attimo salvandomi, oppure una telefonata improvvisa avrebbe impedito la nostra partenza o chissà, forse, un evento straordinario e non previsto si sarebbe salvificamente avverato. Mai porre limiti alla provvidenza.
Niente da fare. Tutto rimaneva immutabile e odioso: il sole sempre più caldo, il cielo se possibile ancora più terso ed i miei due aguzzini esageratamente agitati.
Senza nemmeno accorgermene, in una sorta di trance da rifiuto, ero in auto lanciata verso un'amena località alpina. Quasi tre ore di macchina su per tornanti da vomito in compagnia di questa allegra
compagnia di fanatici da escursione. Mio marito aveva stampato in faccia un sorriso ebete e sognante mentre mia figlia continuava a parlare eccitata come una radio impazzita senza possibilità di spegnerla in alcun modo. Una gran bella compagnia.
Poi, però, era arrivato il peggio. Posteggiata l'auto in un piazzale con una pendenza inquietante ci siamo caricati dei nostri zaini (quei pazzi ne avevano preparato uno tutto mio... che fortuna!) per incamminarci su per un sentiero le cui indicazioni dicevano "Al rifugio due ore e mezza".
"Due ore e mezza! Ma voi siete fuori di testa" ho protestato blandamente seguendo con passo incerto i miei due cari, ormai lanciati alla conquista della cima.
Come dargli torto? Dopo anni di iniziative cassate, di illusioni mozzate, di promesse mai mantenute ora potevano finalmente dare sfogo alle loro voglie. Camminare, camminare, camminare! Che follia. Io che prendo la macchina anche per andare a comprare il pane, io che se posso salgo in ascensore piuttosto che fare le scale, io che me ne sto per ore felicemente seduta in ufficio sulla mia poltroncina davanti al computer... davvero non capisco il senso di queste inutili fatiche. Arrampicarsi su per un sentiero scosceso e sdrucciolevole per arrivare in cima a qualcosa. Non basta guardare le foto sui giornali specialistici e magari navigare su internet? È molto più comodo e senza dubbio meno faticoso.
Ma no, bisogna soffrire per poi godere del panorama, dell'aria fresca, dei profumi.
Fesserie!
Per i primi minuti della camminata mi ero anche illusa che tutto questo fosse vero, che le belle storie di montagna che si raccontano avessero un fondo di verità. Camminavo senza troppa fatica su per quella stradina e mi sembrava che tutto fosse facile e persino piacevole. Questo paradiso, però, è durato poco. Il tempo che il sentiero si facesse più ripido, che le gambe cominciassero a farmi male, che il fiato mi si spezzasse in gola ed ero già prostrata.
"Ragazzi facciamo una pausa, non ce la faccio più" ho urlato disperata ed ansimante ai miei due instancabili compagni di sventura che nel frattempo mi avevano distanziata di qualche decina di metri.
Loro da buoni samaritani sono tornati indietro e con sguardi pietosi mi osservavano senza capire davvero quello che mi succedeva. Mi succedeva che ogni maledetto brandello del mio corpo mi chiedeva conto di anni di vita sedentaria ed agiata, che mi facessero male perfino le punte dei capelli e le unghie. Hanno pazientato a lungo che mi riprendessi e poi, come a donarmi una panacea miracolosa, mi hanno consegnato un bastone di legno dicendomi "Prendilo, vedrai che con questo farai meno fatica."
Ho afferrato quel pezzo di legno lungo e ricurvo e più per dar loro soddisfazione che per vera convinzione, mi sono rimessa in piedi riprendendo la marcia. Il bastone non era né magico né salvifico ed a me continuava a far male ovunque, ma non potevo deluderli e nemmeno continuare a fare la lamentosa. In fin dei conti era una bella gita sognata per tanto tempo e non sarei stata di certo io a rovinarla anche a costo di morirci su quella montagna. Durante le due ore che mi hanno separato da questa nuova pausa lamentosa non ho aperto bocca sfoderando sorrisi da copertine e quando il fiato me lo permetteva, ho perfino scherzato e raccontato storielle divertenti. I miei due straordinari compagni di viaggio sembravano felici di vedermi contenta e spensierata ed io, devo ammetterlo, lo ero altrettanto di osservare loro tanto entusiasti e sereni.
Poi ho ceduto di schianto. A meno di dieci minuti dalla vetta, con negli occhi il rifugio poco distante, ho mollato. Mi sono seduta su una roccia in mezzo ad un campo ed ho alzato bandiera bianca.
I piedi scoppiavano dentro i miei fiammanti scarponcini hitech e le gambe esplodevano di acido lattico. Vesciche grandi come padelle riempivano le piante dei miei piedi. Ovviamente si è ripetuta l'ennesima scena dei miei soccorritori personali che accorrevano al mio dolorante capezzale. Anche se stavo malissimo li ho tranquillizzati dicendo loro di proseguire, che li avrei raggiunti nel giro di pochi minuti. Loro, seppur riluttanti si sono fatti convincere dalla mia falsa tranquillità e si sono incamminati diventando ogni secondo più lontani e piccoli. Ogni tanto si giravano a guardarmi, probabilmente per sincerarsi se fossi ancora viva, ed io li salutavo fingendo entusiasmo e mettendo in mostra energie ormai consunte.
Ora sono qui, sola in mezzo al nulla in contatto diretto con me stessa, la mia fatica che pian piano si acqueta ed il respiro si fa più cadenzato e rilassato. Sembra che le cose lentamente vadano un po' meglio ma non voglio illudermi. Per la prima volta da quando sono partita volgo lo sguardo da me stessa e mi guardo attorno. È bellissimo e nemmeno me n'ero accorta. Sono in mezzo ad un prato fiorito di mille colori, poco lontano alcune mucche fanno tintinnare i loro campanacci, lungo il sentiero altri arrampicatori salgono disinvolti, ci sono insetti che volano qua e là e si posano delicatamente sui fiori, boschi di abeti altissimi riempiono le vette tutt'attorno fino a lasciare timidamente spazio alla roccia nuda che quotidianamente, da sempre, sferza il cielo. Il sole mi scalda il corpo dolorante, da qualche minuto si è alzata una brezza leggera che mi accarezza il viso. Non posso dire di stare bene, ma sto decisamente meglio. Non so se sia la fatica oppure il luogo, ma sento profumi e percepisco colori più intensi. Forse è solo la lucida agonia di una camminatrice fallita o forse è la vera magia della montagna, la sua voce che decide di farsi sentire, quella che mi sono sempre rifiutata di ascoltare e che ora mi si presenta con gli interessi. un conto che pago volentieri, che non avrei mai immaginato di dover saldare con tanto piacere.
Istintivamente chiudo gli occhi ed ascolto ciò che mi sta attorno. Acqueto il senso della vista ponendo attenzione a ciò che sentono le mie orecchie abituate al suono stridulo della città. Trascorro qualche minuto in silenzio e respiro lentamente. Ecco! Posso ascoltare nitidamente lo scorrere deciso e leggero di un torrente, immagino le sue limpide e gelide acque che rapide ed inesorabili scendono a valle, percepisco i suoi piccoli salti e le sue evoluzioni attorno a massi e radici. Il rumore del vento si fa tutt'uno con le altre voci della montagna facendole risuonare: i rami che si muovono, i fili d'erba che si piegano, le pietre che intonano incomprensibili canti.
Anche dentro di me, sotto la scorza irrigidita di cittadina convinta, risuona una voce nuova, timida eppure persistente e gradevole. Non so definirla, ancora non ce la faccio.
Sono sola eppure mi sento in compagnia, mi sento parte di qualcosa. Non so spiegarmelo e nemmeno voglio farlo. Preferisco continuare a godere di queste meravigliose sensazioni e non pensare inutilmente. Ci sarà tempo per razionalizzare, non adesso.
La stanchezza mi sta sempre qui accanto, ma adesso lascia spazio a tante altre cose e non è più la più importante.
Mi è venuta fame, una fame da lupo. Meglio che mi sbrighi, non vorrei che su al rifugio finissero la polenta ed il formaggio. Mi sembra perfino di sentire il profumo di qualcosa che cuoce alla brace, ma sono certa si tratti di un miraggio culinario. Non importa, l'essenziale è muoversi il prima possibile.
Ho perduto fin troppo tempo dietro alla mia indolenza per consegnarle altri istanti della mia giornata.
Mi infilo le calze e poi, dolorante, gli scarponi senza mai smettere di guardarmi attorno estasiata, stranamente ed imprevedibilmente felice. Chi l'avrebbe mai detto?
Alzo il mio stanco fondoschiena dalla poltrona di roccia che m'ha sostenuta, afferro il mio bastone e mi rimetto in cammino. Il dolore e la fatica si fanno subito riconoscere eppure qualcosa è cambiato, ho il sorriso sulla faccia ed un entusiasmo che non mi conoscevo.
Ancora pochi minuti e sarò alla baita, anche se ormai ho capito che il mio viaggio è appena iniziato.
Motivazione della Giuria
Per l'ironia che accompagna la salita alla vetta.
 
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